SANTA MARIA DI SANSA

Di antichissima costruzione, fu quasi certamente realizzata ad opera di monaci greci, per cristianizzare un preesistente luogo di culto pagano. La zona infatti è caratterizzata oltre che dalla presenza di diversi nuraghi, di cui uno prende il nome dalla chiesa,  da almeno una fonte sacra, chiamata Sa Rocca Bianca, distante poche decine di metri ed ancora poco nota.
Intorno al tempio cristiano si sviluppò la curtis o domo di Sansa, piccolo insediamento e nel 1133-34 "la ecclesia que vocatur sancta Maria in loco qui dicitur Sagantia", venne donata con le sue pertinenze, dal vescovo di Sorra Johannes, al vicino monastero camaldolese di San Nicola di Trullas, che andava formandosi in quel periodo. Di questo lascito facevano parte inoltre le chiese ora scomparse di San Pietro di Alchennero e San Pietro di Monticleta, che si trovavano nell'attuale agro di Cossoine. La precedente donazione venne confermata nel 1156-64 ma nel condaghe  giunto sino a  noi, non si trovano riscontri ed è quindi pensabile che tali operazioni venissero annotate in un apposito registro di cui purtroppo non si ha conoscenza. Nelle fonti del XV secolo, la chiesa non compare ed è probabile che il modesto centro di Sansa si spopolò agli inizi del Trecento, forse perché venne meno quell'attività agro-pastorale basata esclusivamente sullo sfruttamento della manodopera servile, da parte degli ordini religiosi, che in quel periodo videro entrare in crisi molti dei propri monasteri, San Nicolò compreso.
All'abbandono della curtis, la chiesetta venne ridotta a beneficio semplice e da una carta del 1446, sappiamo che fu riunita alla Mensa vescovile di Sorres. Monsignor Morillo, che visitò la parrocchia di Semestene il 2 aprile del 1688, la elenca tra le chiese rurali, priva di beni, mentre nella relazione del 1703 ad opera del vescovo Sicardo, non viene elencata, come d'altronde le altre chiesette campestri. Lo scolopio Angius, nel 1849, la registra tra le quattro chiese fuori dall'abitato, distrutta e distante dal popolato un'ora a passo di cavallo; chiamandola poi s. Maria di Saganza, ne riporta l'accenno alla donazione del 1133 in favore del cenobio camaldolese. Nella Carta d'Italia del 1899 sono annotati l'agiotoponimo "S. Maria" e l'oronimo "Regione Paris de S. Maria".
Attualmente il rudere della chiesetta è conosciuto come Santa Maria di Sauccu ed è situato su un ciglio dell'altopiano di Campeda, che qui prende il nome di Monte de Giosso; ne rimangono l'intera abside a calotta semisferica, internamente intonacata, priva di monofora ed orientata ad est; alcune porzioni  delle murature laterali, a tratti abbastanza elevate ed una parte degli angoli della facciata. La copertura doveva essere a capanna ed oltre all'ingresso frontale, è possibile ci fosse un'entrata laterale. Grazie ad una foto pubblicata dal prof. Giovanni Deriu nel suo volume "l'insediamento umano medioevale nella curatoria di Costa de Addes" e ben prima, sulla sua tesi di laurea, sappiamo che fino a pochi anni orsono, il prospetto anteriore dell'edificio era ancora per buona parte in opera. Purtroppo, i ripetuti recenti incendi hanno sciaguratamente contribuito a devastare anche questo piccolo gioiello ricco di storia, che non vuole essere dimenticato

Scheda dal libro "Semestene ed il suo territorio" di G. Deriu e S. Chessavai alle info sulla pubblicazione

Come si raggiunge
Si trova all'interno della tenuta dei F.lli Casùle. Da Semestene, percorrere per 9,1 km la strada in direzione Bosa e Macomer, fermarsi sulla sinistra in uno spazzo sull'altipiano, individuabile da un grande roverella bruciata. Il vasto territorio dell'azienda è chiuso da un cancello in metallo e la chiesa si trova a circa 1 km, sulla punta dell'altopiano che guarda verso il paese. Dalla pianura è raggiungibile anche grazie ad un erto sentiero

Per saperne di più
villaggi scomparsi (sanza)   -